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News | IN TEMPO REALE

12 Ottobre 2018

A VOLTE RITORNANO: LA COLTIVAZIONE DEL MANDORLO IN ITALIA

L'Italia, con 230.000 ettari censiti nel 1965, ha vantato fino a metà degli anni Settanta il primato nella produzione mondiale delle mandorle.  Gradualmente lungo un trentennio, poi, ha perso quote di mercato importanti. Ma da una decina di anni, le cose vanno mutando ed oggi, pur importando ancora quasi i due terzi di quello che serve per soddisfare le necessità delle nostre aziende dolciarie e alimentari, possiamo affermare che la mandorlicoltura italiana ha svoltato verso una crescita significativa. 

Attualmente in Italia sono coltivati a mandorlo oltre 80.000 ettari, con discrete rese produttive che però non riescono a far fronte alle richieste dell’industria di trasformazione, che deve forzatamente ricorrere all’importazione da USA e Spagna, soprattutto. 


Le ragioni del ritorno

L’incremento delle superfici non è il solo motivo di un ritorno alla mandorlicoltura. Grazie alla  visione di alcuni coltivatori, come Angelo Caruso della Fratelli Caruso di Enna di cui è possibile leggere l’intervista qui , una forte spinta alla  modernizzazione delle operazioni colturali e dei principali processi di filiera da un lato e dall’altro dalla ricerca varietale che, ferma per decenni a varietà storiche, sta evolvendo il patrimonio genetico verso ibridi più produttivi, seguendo l’esempio degli Stati Uniti che a partire dagli anni Settanta, come si è già detto, hanno conquistato i mercati mondiali.

La meccanizzazione è l’elemento che maggiormente ha contribuito alla ripartenza del settore: potatura e raccolta oggi sono eseguite meccanicamente su oltre l’80% delle superfici, ed anche le operazioni seguenti alla raccolta (smallatura, sgusciatura, pelatura, essiccamento, selezione, calibratura) serbano soltanto un lontano ricordo delle faticose operazioni condotte manualmente cinquanta anni fa. 

Oggi i nuovi impianti ospitano una media di 600-1.000 piante ad ettaro che, a partire dal terzo anno garantiscono rese di 6-7 tonnellate. Il costo di un nuovo impianto, corredato da sistema di irrigazione a goccia, normalmente non supera 8-9.000 euro e la gestione annua, comprensiva di costi dell’acqua, fertilizzanti, antiparassitari e mano d’opera si aggira su 3-4.000 euro. Al quarto anno dall’impianto, il mandorleto si considera “maturo” per la produzione che si attesta in media a 8-9 tonnellate/ettaro. Considerando un prezzo medio di 2-2.5 euro/kg si ottiene una plv di circa 18-20.000 euro ad ettaro.

Vale la pena rammentare che il mandorlo non richiede particolari cure colturali, la pianta è naturalmente rustica e si adatta egregiamente a terreni anche poco ospitali per altre coltivazioni, inoltre la difesa da nemici fungini e insetti soltanto in casi particolari necessita di interventi specifici. 


ISAGRO FARM INTERVISTA L’ESPERTO

È il turno del dottor Angelo Caruso titolare dell’azienda F.lli Caruso di Enna.

Dottor Caruso, si presenti ai lettori di Isagro Farm.

Mi sono laureato in scienze Agrarie all’Università di Portici e mi sono quasi immediatamente dedicato con i miei due fratelli all’azienda di famiglia, ereditata dai nonni nelle campagne ennesi. L’azienda produceva uva da tavola, pesche, fichi d’India, mandorle e lenticchie ed io con il tempo ho dedicato sempre maggiore attenzione al settore della mandorlicoltura che occupava circa 5 ettari, ma lasciati in totale incuria per anni poiché collocati in aree marginali del nostro podere. Dopo alcuni anni di difficoltà ci siamo accorti di un crescente interesse per la mandorla siciliana da parte di numerose aziende dolciarie siciliane e toscane e abbiamo scelto di investire sulla mandorla. Oggi abbiamo una superficie coltivata a mandorlo di circa 35 ettari e abbiamo quasi abbandonato le altre coltivazioni, in virtù di un processo di specializzazione su cui abbiamo operato i nostri investimenti.


Quali sono gli aspetti che vi hanno consentire di emergere sul mercato della mandorla?

Innanzitutto direi un briciolo di “beata incoscienza” come diciamo noi siciliani: abbiamo investito molto su nuovi impianti sottraendo alcuni ettari alla coltivazione del fico d’India e del pesco, e vorrei sottolineare come questa operazione fosse vista con diffidenza dai miei fratelli. Successivamente grazie a un finanziamento della Regione Sicilia, abbiamo iniziato la meccanizzazione dell’impresa, principalmente per abbattere i costi delle operazioni manuali di preparazione del prodotto alla vendita. Allo stato attuale, dalla raccolta in campo all’immagazzinamento del prodotto sgusciato pronto per essere destinato alle aziende di trasformazione passano non più di 2-3 giorni contro la settimana-10 giorni di un tempo, con il coinvolgimento di una schiera di operai molto oneroso. Ultima, ma non ultima, l’adesione a programmi di lotta integrata per una produzione di grande qualità che ha determinato la reale affermazione su diversi mercati.


Viene difficile pensare alla richiesta di importazione di 30.000 tonnellate annue di mandorle sgusciate da USA e Spagna. Secondo lei è un dato realistico?

Purtroppo è vero. Ho presieduto per alcuni anni una cooperativa che si occupava di commercializzazione della mandorla siciliana e ricordo molto bene questi dati. La richiesta che un tempo era operata esclusivamente dalle pasticcerie e industria dolciaria si è moltiplicata nel momento in cui i benefici aspetti del consumo di frutta secca sono stati illustrati dai social e in generale dalla stampa. Inoltre, gli ultimi dati in mio possesso indicano un incremento della richiesta di mandorle da olio per l’industria cosmetica di oltre 15% annuo. Oggi, stiamo recuperando il mercato a piccoli passi, ma non sono più passi incerti e l’incremento costante di nuovi impianti anche in Puglia lo sta testimoniando. Non arriveremo certamente all’autonomia di produzione, ma possiamo guardare con enorme soddisfazione a quello che ci aspetta per il futuro più prossimo.


Che cosa è cambiato nella coltivazione della mandorla dagli anni della crisi ad oggi, anni di ripresa?

Innanzitutto è cambiata l’ottica produttiva, siamo passati da una mandorlicoltura “occasionale” con frutteti semplicemente localizzati in posizioni dove altre colture non potevano essere collocate a una mandorlicoltura specializzata, con impianti rinnovati e strutture dedicate. Per questo ci siamo presi delle belle rivincite nei confronti di chi ci derideva perché quando tutti estirpavano i mandorli per impiantare vigneti, noi facevamo il percorso inverso. Poi, molto è stato fatto a livello di immagine, per esempio è nato  il marchio “Mandorla di Sicilia” che tutela con un disciplinare di produzione rigoroso la coltivazione nella nostra regione e regolamenta oltre ai diversi aspetti produttivi anche alcune caratteristiche organolettiche, come l’assenza di aflatossine nel prodotto sgusciato. Quando verrà formalizzato il marchio IGP per la mandorla d’Avola siciliana, potremo dire di avere ancora una marcia in più.


Cosa manca ancora per considerare la mandorla italiana un prodotto da dieci e lode?

Secondo me il prodotto è già da dieci e molto vicino alla lode, manca forse soltanto un po' più di convinzione con i vettori dell’immagine. Ci sono diversi consorzi che lavorano a questo e stanno operando molto bene, purtroppo molto spesso vanno a impattare con costi di pubblicità proibitivi o con regolamenti non sempre chiari. Io sono molto ottimista, e vorrei che mi rifacesse la domanda tra un paio d’anni per poter rispondere con maggior certezza:

“Siamo da dieci e lode!”




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