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News | IN TEMPO REALE

14 Settembre 2018

Il "gran" ritorno della canapa industriale

C’è chi si spinge a parlare di ‘new canapa economy’, forse un eccesso di fiducia dati i volumi, ma certo per la Canapa industriale è boom. Dal tessile all’alimentare, dal biomedico alla bioedilizia (c’è persino chi, come la canadese Motive Industries, ha costruito un’auto elettrica con carrozzeria interamente di canapa) la ricerca e lo sviluppo attorno a questa materia prima corre veloce, trainando il ritorno alla sua coltivazione. Con l’Italia in accelerazione.

Breve storia (e un primato italiano)
Del resto, fino dall’inizio del 1900 la canapa è stata un’importante coltura destinata alla produzione di cordami, tessuti e carta. In particolare, negli anni ‘40 con oltre 80mila ettari coltivati il nostro Paese è stato il secondo maggior produttore di canapa al mondo (dietro soltanto all’Unione Sovietica).
La scoperta delle fibre sintetiche ha penalizzato questa coltura, portando successivamente l’ettarato a poco più di 1500, destinati quasi unicamente alla produzione di seme per uso zootecnico e per l’estrazione di olio.
Ma gli anni ’90 hanno visto il rifiorire di interesse: negli ultimi due decenni, in Italia, la coltivazione della canapa ha raggiunto una dimensione di circa 5.000 ettari con un trend di crescita pari all’8-10% annui.
Con protagonista il Piemonte, storicamente insieme all’Umbria e a parte dell’Emilia orientale regioni con maggiore tradizione canapicola. Qui questa coltivazione, dapprima timidamente orientata alla produzione di cordami e tele seguendo una moda di riscoperta del “vintage”, ha visto allargare i propri orizzonti grazie all’industria biomedica, farmaceutica, cartaria e zootecnica. La zona di Carmagnola, ai confini tra le province di Torino e di Cuneo rappresenta oggi l’areale di maggiore concentrazione delle aziende di trasformazione, strappando il primato al perugino. Non a caso oggi, due interessanti musei dedicati a questa coltura risiedono proprio a Carmagnola ed a Sant’Anatolia di Narco (PG).
Che il Piemonte sia terra di canapa, spiegherebbe anche il toponimo Canavese (il vasto territorio a nord ovest di Torino, tra la valle d’Aosta e il Biellese): “canava” in dialetto locale indica appunto la canapa, la cui coltura ha avuto un’enorme diffusione proprio in questo territorio tra il 1700 e la fine del 1800, per cedere poi il posto alla più redditizia produzione di mais.

Le norme
C’è stato un lungo dibattito per regolamentare la coltivazione di questa pianta e per distinguere le varietà consentite e destinate alle industrie tessili, cartarie e zootecniche, da quelle classificate nel chemiotipo THC, caratterizzato dalla presenza dell'enzima THCA-sintetasi, indirizzate prevalentemente al settore farmaceutico. Le norme guida sono: la legge n. 242 del 2016, che regola il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa; la circolare del 21 maggio 2018 per il riconoscimento delle infiorescenze, infine il disciplinare di produzione redatto da Confagricoltura, Cia e Federcanapa con l’obiettivo di creare una filiera tracciabile e di qualità e supportare le imprese nel cogliere le opportunità che derivano dalla coltivazione.

In sostanza, chi desidera coltivare la canapa in Italia oggi lo può fare utilizzando sementi registrate presso l’Unione europea che abbiano un contenuto massimo di THC certificato dello 0,2%. Ci si deve però ricordare di conservare i cartellini della semente acquistata per almeno 12 mesi e le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente.

La coltivazione
La canapa è considerata una coltura da rinnovo, necessita pertanto di aratura profonda e successivi lavori di affinamento del terreno poco prima della semina. Questa, normalmente si pratica a fine aprile-primi maggio, su file distanti 15-18 cm per ottenere un investimento colturale di 100-200 piante a metro quadrato, che si raggiunge impiegando circa 60 kg/ha di seme. Dal punto di vista nutrizionale, la canapa è molto esigente in concimazione azotata: 120-150 kg/ha di azoto ad ettaro sono la quantità minima di questo elemento per ottenere una buona produzione, ad esso vanno associati 40-60 kg/ha di fosforo e 100 kg/ha di potassio. Non vi è particolare esigenza in acqua, pertanto l'irrigazione è ritenuta superflua almeno al Nord.
Allo stesso modo è quasi inutile la difesa dalle infestanti, in quanto una volta terminata la fase di emergenza, lo sviluppo molto rapido della pianta conferisce alla coltura una elevata competitività. Un ettaro di canapa produce fino a 80-120 q di bacchetta (fusto senza foglie, di altezza fino a 3,5 m) e  15-20 q di seme.

I nemici
Naturalmente la canapa, come le grandi colture agricole, ha i suoi nemici ma non sempre necessita interventi fitoiatrici allo scopo di preservare quantità e qualità della produzione.
Quali sono i parassiti più comuni che possono intaccare le coltivazioni?
Diversi funghi minacciano le giovani piantine fin dai primi giorni di sviluppo, pur non essendo parassiti specifici per la coltura. Si tratta infatti dei polifagi Pythium ultimum, Rhizoctonia solani e diverse specie di Fusarium. Normalmente non si richiedono interventi specifici per il contenimento di questi parassiti. La coltura nei suoi stadi più avanzati può essere attaccata da oidio (Sphaerotheca sp. o Leveillula sp.), da peronospora in ambienti molto umidi (Peronospora cannabina) e da Sclerotinia sclerotiorum che ne provoca il marciume del colletto. Evitare ambienti particolarmente umidi e soggetti a ristagni idrici può consentire di risolvere questi problemi in maniera semplice ed economica.
Tra gli insetti possono essere annoverati la piralide (Ostrinia nubilaris), la minatrice fogliare (Liriomyza huidobrensis) ed alcune specie di afidi, ma raramente vengono raggiunti livelli di dannosità tali da richiedere interventi per la difesa.

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